Oggi ho letto un post su fb, ormai sempre più fonte di ispirazione, sulla questione delle maschere sociali che indossiamo secondo le occasioni. Da brava lettrice di Pirandello (ho fatto davvero il tour di un anno di novelle e non solo) non ho trovato la cosa particolarmente stra-ordinaria o particolarmente nuova, ma mi sono fermata a riflettere su quando vestiamo panni che ci stanno stretti o larghi in relazioni più intime. È naturale che, in base ai mille contesti diversi in cui ci troviamo, noi ci adattiamo alla forma o alle aspettative di turno; siamo quello che dovremmo essere o che sembriamo essere se reputiamo sia utile e conveniente farlo. Ciò che però non riesco a capire è come si fa a non essere se stessi nei rapporti più stretti, con gli amici o con i partner. Oddio, se ragioniamo su un continuum, ci sono diversi livelli di amici, e anche di partner (considerando la frequentazione), però è vero che nel post ispiratore si faceva riferimento al pericolo di non riconoscere le tappe, e quindi il momento in cui dobbiamo smettere i panni degli altri e finalmente rivestirci dei nostri, col rischio di non avere una personale identità, ma una, nessuna e centomila! La scarsa fiducia che riusciamo ad avere in noi stessi e che quindi non trasferiamo agli altri, non ci consente di svelarci per quello che siamo; buoni o cattivi, ma noi stessi, nudi e crudi, e magari indigesti, ma almeno veri fino in fondo e sicuramente degni delle migliori amicizie e delle più romantiche love story.
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