lunedì 19 settembre 2011

Il ragionevole dubbio del punto interrogativo

“La parola ai giurati” è un film del 1957. Tutte le scene sono riprese all’interno della sala dove 12 uomini, 12 giurati appunto, devono decidere della vita e la morte di un giovane accusato di parricidio. Dal processo è emersa l’apparente e schiacciante colpevolezza dell’indiziato, ma il ragionevole dubbio di uno dei dodici porterà, a mano a mano,  a dubitare di tutte le prove dell’accusa.
L’alternanza di campi totali e primi piano esalta la necessità che la costruzione della verità, perché sia tale, debba essere costruita da più voci, e condivisa dalla maggior parte, all’unanimità. Mi viene in mente l’avvertimento decrescenziano per il quale è cosa buona dubitare degli uomini dal punto esclamativo, rigidi e convinti di essere unici depositari di valori giusti e onesti; e invece accogliere i paladini del punto interrogativo che sono democratici e disposti a comprendere le ragioni dell’altro. Ciascuno vive con le proprie idee e valori, integro con la propria morale e le proprie emozioni, ma quante volte tornare sui propri passi può sembrare un segno di debolezza, di incoerenza? Spesso si confonde l’orgoglio con la dignità, la negazione con il tentativo, senza accogliere il ragionevole dubbio che può farci cambiare idea, ed avvicinarci alla verità dei fatti. Ah che persone sagge i punti interrogativi!




giovedì 28 luglio 2011

Shakespeare ha detto

Ho appena finito di vedere il penultimo film di Woody Allen. Non sono un’appassionata sfegatata del regista, ma gli ultimi suoi film, il modo di interpretare le relazioni, i sogni, le illusioni, le vite lo trovo molto interessante e ricco di  spunti di riflessione. “Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni” io non lo conoscevo. Non avrà avuto il “rumore e il furore” degli altri, ma è, come sempre, incompiuto; lascia insoddisfatti.
Come la maggior parte delle cose che facciamo, sono incompiute (serve la nostra fantasia per completarle).
Il narratore inizia dicendo “Shakespeare ha detto : la vita è piena di rumore e di furore, e non significa nulla.” Il messaggio è tautologico, siamo noi che diamo significato alla vita; al furore e al rumore che subiamo, provochiamo, cerchiamo e rifiutiamo. Alla fine le illusioni, spesso, sono le medicine migliori, ma devi crederci fino in fondo, devi vivere le tue stesse illusioni, fino a respirarle, perdersi persino in esse. Senza trucchi e senza inganni, non basta crederci a metà, non serve cullarsi per un po’ di un bel pensiero: bisogna costruirli tutti i bei pensieri e tenerseli stretti, perché alla fine, sono i pensieri, i buoni pensieri che ci fanno vivere bene e riconoscere il bene intorno a noi, e vivere come nei sogni. Come da film (suddetto)!




giovedì 21 luglio 2011

“Liev man dicev’ Zi Gnese”

“Liev man dicev’ Zi Gnese” è per me e per la mia famiglia un’istituzione, una perla di saggezza, un rimedio naturale della nonna (o in questo caso della zia) che acquieta immediatamente gli animi, rilassa la mente e ti predispone ad affrontare l’inevitabile. Tutto in una battuta, e solo se recitata a dovere, con l’accentazione giusta come di chi ti schernisce perché tanto non la spunti e non raggiungi lo scopo. Il famoso detto viene attribuito a una zia di 3° o 4° grado, la quale era solita recitare le parole benedette come consiglio e monito al capitato di turno  che non riusciva a persuadere con i suoi ragionamenti l’interlocutore.
Immaginatevi la scena: due persone discutono in modo animato; l’una cerca in tutti i modi di convincere l’altro ma non ci riesce, e all’improvviso si sente, fende l’aria, un sogghigno a mezza bocca “Liev man dicev’ Zi Gnese”, e tutto, come per magia, tace e muta! Un’ energia disarmante, una catartica emozione che rilassa, un insegnamento epicureo di atarassia, un’improvvisa imperturbabilità di fronte alle emozioni, e gli animi incandescenti, toccati dall’incantesimo, per un attimo si acquietano, e ritrovano la giusta collocazione.
Questa morale è applicabile a tutte le sfere della vita umana, una lezione quasi religiosa, sulla falsariga di “Dio dammi la forza di accettare ciò che non posso cambiare!”
La leggenda racconta che questa fantomatica parente, ovviamente zita, sia vissuta per un certo periodo in Inghilterra, negli anni in cui i Beatles cantavano “Let it be”, una traduzione sommaria del suo “Liev Man”.

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lunedì 23 maggio 2011

Una vita da precaria


Dedicare la propria tesi ai colleghi laureati è sintomo di estrema sensibilità al sentire comune. In questa Italia, divisa e dilaniata dal vedersi e sentirsi diversi l’uno dall’altro, l’unica cosa che accomuna la mia generazione, e quelle temporalmente affini, è la precaria prospettiva di progetto e di vita.
Una volta la discussione della tesi ed il conseguimento della laurea rappresentavano un traguardo, uno dei pochi e meravigliosi obiettivi, neanche tanto difficili da raggiungere: un’adeguata formazione (accademica o meno), un lavoro adeguato alle proprie competenze, una bella casa dove poter vivere insieme alla famigliola costruita.
Gli obiettivi di ieri, neanche troppo fantasmagorici, oggi sono diventati un miraggio. Il mondo e le prospettive sono cambiate; i latini dicevano “O tempora, o mores!”.
Ma se cambiamo prospettiva, così come ci suggerisce il buon senso, possiamo vedere che in realtà non è che siamo andati tanto avanti, anzi, siamo tornati indietro; e non solo perché figli del Villaggio Globale, bensì artefici e protagonisti di una struttura della vita per certi aspetti simile a quella dei nostri bisnonni, ma sicuramente mutati nei legami e nelle interpretazioni.
Gli stessi valori ed obiettivi sono cambiati, o regrediti, e non per forza nel senso negativo.
Il concetto di lavoro stabile non esiste più, come non esisteva nel Paleolitico. Il valore del nucleo familiare si è trasformato: spesso, infatti, assistiamo alla cura diffusa della famiglia: nonni, zii, cugini; molto comune nell’ottocento. Lo stesso concetto di matrimonio si è evoluto nelle coppie di fatto (almeno in paesi più “visionari”), e l’affitto della casa si divide con la nuova famiglia di supporto, con i coinquilini e gli studenti, senza legami di sangue ma legami non meno autentici per quanto riguarda la visione della vita comune.
Tempo fa, un mio collega laureato, Stefano L., come massima forma di provocazione, ha pubblicato un annuncio in Rete: “Vendo Laurea”.
Il suo è un messaggio disperato, fotografa bene l’attuale valore del pezzo di carta, buono per costruire aeroplanini leggeri per far volare via le nostre illusioni.
Dedico la mia tesi a lui e a tutti i suoi colleghi laureati (me compresa), con l’auspicio di riuscire a trovare un nuovo e sano posto nel mondo, senza aspettare la manna dal cielo o dei messia di turno, ma inventori di nuove regole, di rinnovati valori; più sicuri con una buona formazione, e meno illusi dei nostri genitori.
Sta a noi cambiare il corso degli eventi, e solo se riusciamo a comprendere questa evidente verità, riusciremmo a non ritenere necessario vendere le nostre illusioni al miglior offerente.
Oggi, per me, si chiude un lunghissimo capitolo della mia vita, fatto di ovatta e campane di vetro, sacrifici superati e tante soddisfazioni festeggiate.
Speriamo che me la cavo!


domenica 1 maggio 2011

Habemus Candelaio

Questo blog news metaforicamente rinasce per dare un’altra voce, e spesso, un’altra luce alle notizie che ci circondano. Sono tante le informazioni che potrebbero attirare la nostra attenzione; gli scienziati parlerebbero di diluvio informazionale, tanto per rendere l’idea della mostruosa quantità di news che ci bombardano. Perchè allora un altro blog news? A quale scopo? Lo scopo è presto detto. Le notizie degne di essere diffuse saranno scelte da voi. Ogni giorno vengono pubblicate sui diversi social network gli articoli che corrispondono agli argomenti che vi interessano, che sono, per voi, degni di attenzione. Queste saranno pubblicate interamente, oppure rielaborate, da voi, inviandomi l’articolo, o da me, tempo permettendo. È possibile scegliere la categoria di appartenenza: se la segnalazione riguarda l’attualità, la cultura, le vostre “favole”, gli eventi che meritano e recensioni di film, vecchi e nuovi. Io la finisco qui per ora. Gli articoli troppo lunghi non sono per la lettura veloce del web.
PS i contenuti che potete inviare possono essere di qualsiasi formato: testo, foto, video. Il breve commento che li accompagnerà, porterà la firma dell’autore.
Il Candelaio

sabato 9 aprile 2011

Una vita da mediano

Una vita da mediano...è in sintesi la mia vita...e come sono contenta di averla vissuta in questo modo!!! Ligabue docet: ... a recuperar palloni, sempre un pò di aiuto a chi finalizza il gioco, i successi, la vittoria; in seconda linea, stratega e autore di successi non riconosciuti o indirizzabili a te. Chi procede un passo indietro, e non per paura di sbagliare per primo e pararsi il culo nel bisogno...solo per capire cosa succede intorno, e avere la santa umiltà di imparare, interrogarsi e adeguarsi alle cose che continuamente capitano e cambiano intorno. In medio stat virtus...solo nel giusto mezzo, secondo i padri de noiartri, si può vivere secondo saggezza, riuscendo ad essere attenti e pronti per il salto della quaglia, non esaltarsi troppo per i successi e non abbattersi oltremodo nelle sconfitte... evviva il 25!!..quando capita :P

domenica 6 marzo 2011

L'oggi è un dono...per questo si chiama presente!


Ho iniziato a leggere un libro che mi hanno regalato per il mio ultimo compleanno “Il tempo che vorrei” di Fabio Volo. Ho preso il libro, e la seconda di copertina iniziava con una frase in corsivo di una canzone cantata da Janis Joplin: “I'll trade all my tomorrows for a single yesterday: cambierei tutti i miei domani per un solo ieri.” Sono rimasta molto colpita dalla frase, dalla sua romanticheria, da quella nostalgia per la felicità che è stata e che, evidentemente, spesso si stenta a ritrovare nel presente. Eppure, non la condivido! Sarà che la mia carta d’identità dice che sono ancora giovane, e che forse è prematuro pensare che il bello della mia vita l’ho già vissuto, ma davvero, se anche ne avessi settanta, vorrei sempre sperare che i miei domani, seppure pochi, siano comunque degni di felicità, piuttosto che rimpiangere emozioni passate. E qui mi viene in soccorso un genio del cinema italiano, Federico Fellini, che sul suo letto di morte espresse l’ultimo desiderio: “Innamorarsi ancora”, perché di sicuro ci rendiamo conto che siamo felici quando condividiamo le nostre gioie e dolori con una persona, ma è allo stesso tempo felice pensare che non sarebbe mai troppo tardi per innamorarsi di nuovo e iniziare daccapo la felicità, senza barattare i domani con lo ieri!